Consigli per la lettura

Giornale di Brescia

11 gen 2018

L’INTERVISTA

«Filosofia emarginata? È come se si volesse emarginare l’aria…»

 

Emanuele Severino. Il filosofo ritratto nella sua abitazione a Brescia // PH. REPORTER UMBERTO FAVRETTO

La città che onora i propri filosofi e ne custodisce il pensiero rivela, secondo Emanuele Severino, una qualità rara: «Che in qualche luogo, in questo caso a Brescia, ci sia interesse per il discorso filosofico è un fatto che fa ben sperare, anche per Brescia. È noto che la filosofia nel mondo attuale è emarginata: ma è come se si volesse emarginare l’aria».

Il filosofo bresciano guarda, dunque, con pacata soddisfazione alle iniziative che la sua città natale ha messo in cantiere. L’Ases, l’Associazione di studi «Emanuele Severino» costituitasi a Brescia nel 2017 («Ne fanno parte persone di altissimo valore», commenta), sta lavorando al primo, importante appuntamento: il convegno internazionale che nei giorni 2 e 3 marzo prossimi sarà dedicato al sessantesimo anniversario della pubblicazione del primo libro di Severino, «La struttura originaria», edito proprio nella nostra città, da La Scuola, nel 1958. In febbraio, Severino compirà 89 anni.

Nello spazio raccolto del suo studio, accudito da pareti di libri, parla di quel fondamentale tassello del suo percorso filosofico.

Prof. Severino, lei ha scritto «La struttura originaria» in giovane età. Come le è accaduto di essere attraversato da questo pensiero? Ne parla come di un «dono del linguaggio che testimonia il destino»…

Ci lavorai tra i 23 e i 28 anni. Non si trattava certo di «cercare» i pensieri: anche perché mettersi alla ricerca della verità vuol dire esserne fuori, essere nella non verità. Oggi è di moda pensare che il compito della filosofia sia portare alla luce i problemi. Bisogna invece rovesciare il processo: è perché si è nella verità che si possono avanzare dei problemi. Per me è stato così, ed è stato proprio un dono: come credo accada a tutti quelli che pensano, ero in attesa della risposta. E questa struttura concettuale si è fatta innanzi. Il problema, poi, è stato quello del linguaggio con cui esprimerla, che è sempre un tentativo: nel linguaggio non c’è il contenuto del linguaggio. Io posso parlare di questa stanza nel modo più preciso, ma l’ascolto delle mie parole non potrà mai vederla.

Il suo libro utilizzava il lessico filosofico dell’Occidente, piegandolo tuttavia a un senso nuovo…

Nel libro c’è un linguaggio ancora debitore delle proprie forme alla tradizione filosofica, o anche al neopositivismo che per me era una delle forme più rigorose del pensiero filosofico. Pur usando questo linguaggio, il libro allude a contenuti che stanno al di fuori della dimensione storica dell’Occidente.

Conteneva già il nucleo della sua filosofia, «la necessità che ogni essente sia eterno»? Questa prospettiva compare ancor prima in un articolo, a suo tempo elogiato da padre Agostino Gemelli, intitolato «Aristotele e la metafisica classica». Con mia profonda soddisfazione, chi ha riconosciuto la necessità di affermare che l’essente in quanto essente è eterno è stato Gustavo Bontadini, il mio maestro all’università e uno dei pensatori di primo livello del secolo scorso. È rimasto cattolico fino in fondo, quindi ha dovuto fare in modo che l’affermazione dell’eternità dell’essente fosse conciliabile con il creazionismo cristiano. Questo discorso in qualche modo era ancora presente nella «Struttura originaria»: non per far andar d’accordo le due cose, ma per un’esigenza filosofica.

Il libro diede avvio anche alla sua grande amicizia con il sindaco di Brescia, Bruno Boni…

Boni conosceva mio padre e gli chiese di avere qualche mio scritto. Capiva bene «La struttura originaria», che non è un libro facile; così come capiva bene Hegel.

Cosa può dire oggi la filosofia alla politica? Lei scrive che «tecnica e filosofia sono le due dimensioni da cui la “grande politica” è costituita»…

Per «grande politica» non intendo la politica come oggi è intesa. Chiamo in questo modo la tecnoscienza che riesce a rovesciare il rapporto che ha con le forze che attualmente si servono di essa. Si va verso un tempo in cui non saranno più il capitale o la politica a servirsi della tecnica, ma la tecnica a servirsi di essi e delle altre forze che oggi si illudono di poterla signoreggiare.

In questo orizzonte, qual è il destino del suo pensiero?

Nel libro «Storia, Gioia», ma anche in «La morte e la terra», editi da Adelphi, si dimostra la necessità dell’avvento della «grande politica», ma non come terminale della storia del pianeta. La dimostrazione conduce all’affermazione che i popoli saranno destinati a parlare il linguaggio che testimonia il destino. Quei libri indicano la fondazione di questa affermazione, che la verità abbia a dominare a un certo momento sulla terra.

Significa che il «paradiso della tecnica» non sarà l’esito finale?

Il paradiso della tecnica ha alla base la logica scientifica. Tale logica è ipotetica, quindi la felicità stessa è ipotetica. La felicità del paradiso della tecnica è destinata ad essere un inferno. Di qui il primo passo per la mossa corale in direzione dell’oltrepassamento del senso che la verità ha avuto lungo la storia del pianeta fino ad allora. Che l’esistenza dell’uomo si prolunghi all’infinito oltre questa vita, questo è uno dei centri del mio discorso. L’ultima frase della «Struttura originaria» presagiva, ancora in forma problematica, che tale verità è destinata a dominare già qui, su questa terra. E dopo… ci attendono gioie che non immaginiamo: come dice Eraclito, «cose che gli uomini non sperano e non sospettano».

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