Consigli per la lettura

Determinismo contro possibilismo
Le contraddizioni di una sfida

Necessità e libertà: un conflitto molto antico che informa di sé tutti i campi del sapere. Dopo una lunga prevalenza, da due secoli l’Occidente ha messo ai margini il determinismo. Ma restano ancora domande aperte

Zoe Leonard (1961), Strange Fruit / for David (1992-1997, installazione mixed media, particolare), fino al 10 giugno al Whitney Museum, New York per la mostra Zoe Leonard. Survey
Zoe Leonard (1961), Strange Fruit / for David (1992-1997, installazione mixed media, particolare), fino al 10 giugno al Whitney Museum, New York per la mostra Zoe Leonard. Survey
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Negli antichi miti greci e nella tragedia attica gli eventi umani sono irrevocabilmente stabiliti dalle potenze supreme. Alla «Necessità» non è possibile sfuggire. «La tecnica, il darsi da fare dell’uomo — dice il Prometeo di Eschilo —, è troppo più debole della Necessità». Tra le vicende necessarie, le metamorfosi, gli straordinari «cambiamenti delle forme» delle cose: trasformano gli uomini in alberi, stelle, rocce, animali. Di quelle narrate prima di Ovidio, restano quelle tramandate da Le Metamorfosi di Antonino Liberale (Adelphi, a cura di Tommaso Braccini e Sonia Macrì). Tuttavia sono metamorfosi anche le trasformazioni meno stupefacenti, come l’annuvolarsi del cielo e il germogliare dei semi. Come si fa notare nel libro adelphiano, le parole che nominano la metamorfosi sono «egli divenne», «egli cambiò», «egli (il dio) fece». Anche il cielo «cambia» e «diventa» nuvoloso, anche il seme «diventa» germoglio, e non occorre essere un dio per «fare» qualcosa. Ma poi, c’è proprio bisogno di rifarsi agli antichi miti greci per imbattersi nelle metamorfosi? L’evoluzionismo non sostiene forse che l’uomo è il risultato di trasformazioni di organismi molto elementari? Gli uomini diventano bestie, dice il mito; le bestie diventano uomini, dice la scienza. Ma le parti possono essere scambiate. E la tecnica del nostro tempo sta procedendo lungo una strada dove il «cambiamento delle forme» e della stessa forma umana non ha nulla da invidiare alle trasformazioni di Dioniso. Ormai la Necessità è troppo più debole della tecnica.

Antonino Liberale, «Le metamorfosi» (II secolo d. C.), redatte in greco, sono curate da Tommaso Braccini e Sonia Macrì per Adelphi (pp. 417, euro 18)

Antonino Liberale, «Le metamorfosi» (II secolo d. C.), redatte in greco, sono curate da Tommaso Braccini e Sonia Macrì per Adelphi (pp. 417, euro 18)

La filosofia trasfigura il senso della «Necessità». Anassimandro, gli stoici, Spinoza, il Kant della Critica della Ragion Pura, Hegel, Schopenhauer, Einstein: in tutte le dottrine «deterministiche» sostenute in campo filosofico e scientifico l’affermazione del succedersi necessario degli eventi è legata all’affermazione dell’esistenza di una verità definitiva e incontrovertibile. La prima è un caso di questa seconda affermazione, la quale domina l’intera tradizione della civiltà occidentale. Ma alla tradizione gli ultimi due secoli dell’Occidente hanno voltato le spalle: in campo scientifico, giuridico, politico, economico, religioso, artistico e innanzitutto filosofico. Con maggiore o minore radicalità. Ne è derivato il rifiuto di ogni determinismo e il prevalere della convinzione (già esplicitamente presente in Aristotele) che gli eventi che accadono sarebbero potuti non accadere o accadere in modo diverso e che dunque, poiché le decisioni sono un certo tipo di eventi, l’uomo avrebbe potuto non prendere quelle che ha preso, o avrebbe potuto decidere diversamente. Le decisioni sono un «libero arbitrio». Il principio di indeterminazione di Heisenberg (che si riferisce esplicitamente ad Aristotele) dice appunto, in sostanza, che lo stato futuro del mondo, quando accadrà, sarà qualcosa che sarebbe potuto non accadere. Qui, la «possibilità» è la categoria fondamentale. Possiamo chiamare «possibilismo» l’atteggiamento che ne è il sostenitore.

Nel clima culturale attualmente dominante, la «necessità» rimane solo come conseguenza necessaria di una decisione presa, cioè di uno stato non necessario che è riuscito a imporsi. La decisione in cui consiste ad esempio la volontà capitalistica di accrescere indefinitamente il profitto privato implica «con necessità» che rispetto a questa decisione il Welfare State non debba superare una certa soglia. Analogamente, è un’implicazione «necessaria» quella dove l’economia pianificata deve escludere che l’iniziativa privata vada oltre un certo limite. Tale implicazione è stata chiamata «imperativo funzionale» o «sistemico» (Talcott Parsons, Jürgen Habermas).

Ma quando non si vuol restare prigionieri di questi imperativi — che nel mondo economico e politico escludono «alternative» e servono a tutelare interessi di parte — e si mira a ricondurre il discorso alla dimensione fondamentale della contrapposizione tra «determinismo» e «possibilismo», allora il problema si complica molto più di quanto solitamente si creda. Provo a indicare alcuni aspetti di tale complicazione.

Innanzitutto: entrambi i contendenti — determinismo da una parte e possibilismo degli eventi e in generale del corso storico dall’altra — affermano qualcosa che non è attestato dall’esperienza; sono cioè costruzioni concettuali che debbono render conto della consistenza della loro logica. Non si fa esperienza dell’altra faccia della luna, dei luoghi in cui non ci si trova, della coscienza altrui, dell’interno dei corpi, della storia passata e futura, eccetera. Si fa esperienza del chiarore del giorno, del luogo in cui ci si trova, dei moti del nostro animo. Ciò che non è esperibile è il non osservabile, il non constatabile. Lo si può supporre, ricordare, desiderare, temere, ma non sta qui davanti «in carne ed ossa», «direttamente». La fenomenologia di Edmund Husserl ha approfondito queste affermazioni. Del determinismo e del possibilismo, della necessità e della libertà non si può fare esperienza.

Determinismo. Esso sostiene un rapporto necessario tra il passato e il futuro: il futuro sarà come sarà, e non potrà essere altrimenti, perché il passato ha la configurazione che ha. Ma i rapporti attestati dall’esperienza sono soltanto rapporti di fatto, non necessari, perché i rapporti necessari sono quelli che valgono anche al di là di quanto l’esperienza attesta di essi. L’esperienza attesta che il lampo è seguito dal tuono, ma se questa sequenza fosse necessaria, essa esisterebbe anche nel futuro, che però non è ancora sperimentato, e sarebbe esistita anche nel passato che a sua volta non è più sperimentato. L’esperienza reale non può dunque attestare alcun rapporto necessario, non lo può rendere osservabile, constatabile.

Possibilismo (libertà-possibilità degli eventi). Sostiene, si è detto, che quel che accade sarebbe potuto non accadere o accadere diversamene. Noi «vediamo», dice Aristotele (De interpretatione) che molte cose prima esistono e poi non esistono, e viceversa. «Vediamo», cioè facciamo esperienza. Quindi esse, egli conclude, invece di non esistere più, sarebbero potute continuare ad esistere, e invece di incominciare ad esistere sarebbero potute rimanere inesistenti. È, questo il pensiero ormai dominante — anche quando ci si è dimenticati di Aristotele.

Sennonché, dal fatto che «vediamo» che molte cose prima esistono e poi non esistono, non segue affatto che «vediamo» che invece di non esistere più sarebbero potute continuare ad esistere (e viceversa). Teniamo aperta la mano (può essere una mano qualsiasi, ma può anche essere la mano fatale di Adamo), poi la chiudiamo. È un cambiamento che «vediamo». (Si può ripetere a piacimento questo gesto: «vediamo» la ripetizione). Ma che invece di chiudere la mano avremmo potuto lasciarla aperta, questo è qualcosa che non solo non «vediamo» ma che è impossibile «vedere». Che, invece di chiudersi, la mano sarebbe potuta rimanere aperta è un evento che avremmo potuto «vedere», sperimentare, ma che effettivamente non abbiamo «veduto» e sperimentato, osservato. È impossibile che siano qualcosa di sperimentato gli eventi che si sarebbero potuti sperimentare ma che di fatto non sono stati sperimentati.

Per quanto antitetici, determinismo e possibilismo hanno in comune la non sperimentabilità di ciò che essi affermano. Ma hanno in comune anche qualcosa di più radicale: l’affermazione della metamorfosi delle cose. Per il determinismo il passaggio delle cose dall’esistenza all’inesistenza (e viceversa) è inevitabile, avviene con necessità; per il possibilismo questo passaggio non è inevitabile. Ma per entrambi è indiscutibile che questo passaggio esista e che anzi sia l’evidenza suprema. Anche l’uomo della strada ne è convinto. Non è forse un vaneggiare, un esibizionismo patetico, e nel migliore dei casi una perdita di tempo, mettere in questione questa evidenza?

Se non si ha fretta di rispondere, è il caso di prestare attenzione a una circostanza sorprendente: che non solo determinismo e possibilismo affermano qualcosa di non sperimentabile, ma che non è qualcosa di sperimentabile nemmeno quella metamorfosi delle cose che i due antagonisti hanno in comune: nemmeno quell’andare delle cose dall’esistenza all’inesistenza e dall’inesistenza all’ esistenza, che il mondo considera come l’evidenza suprema e supremamente indiscutibile.

Ma a questo punto le proteste, il biasimo, il disgusto si fanno subito sentire: «Ma come, non “vediamo” forse, e angosciati, l’agonia che conduce l’uomo alla morte? che cioè conduce dall’esistenza all’inesistenza? e prima di “vedere” la morte del prossimo non vediamo forse la morte di ogni istante della nostra vita?».

La risposta, qui, non può essere che un nuovo domandare. Per quanto terribile possa essere il modo in cui qualcosa muore, ciò che muore e diventa inesistente rimane «visibile»? Quando vien notte, il giorno continua ad esser «veduto»? L’agonia del sole, al tramonto, rispecchia l’agonia dei viventi; ma quando la luce del sole che ha illuminato una certa giornata si estingue e muore e diventa inesistente, continua forse ad esser «veduta»? Se si crede che essa divenga inesistente non è forse inevitabile che essa, annientatasi, non sia più «visibile», esperibile e che quindi il suo «annientamento» non appartenga al contenuto dell’esperienza? e che dunque l’agonia, visibile, sia lo stato che precede l’uscire dal «visibile»? È proprio così facile liberarsi di queste domande? È proprio così semplice (magari, come si richiamava sopra, per andare oltre le semplificazioni economico politiche degli «imperativi sistemici») appellarsi al carattere di possibilità della storia del mondo?

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Consigli per la visione

GIORDANO BRUNO

Il film racconta gli ultimi anni della vita del filosofo nolano Giordano Bruno, dal 1592 fino all’uccisione nel 1600.
Inizia a Venezia con una processione commemorativa della battaglia di Lepanto da cui Giordano Bruno prenderà spunto per condannare l’uso della violenza da parte della religione. Giovanni Francesco Mocenigo, che lo ospita per imparare da lui i segreti della memoria e della magia, è spaventato da questo personaggio spregiudicato e, anche per non incorrere in problemi con l’Inquisizione veneziana lo denuncia.
Rivestito l’abito domenicano, Giordano Bruno affronta gli interrogatori e nonostante l’opposizione del Patriarca di Venezia Lorenzo Priuli è trasferito a Roma. Nonostante le prese di posizione di Clemente VIII e del cardinale Bellarmino con il quale ha un lungo colloquio, Giordano Bruno viene torturato mozzandogli la lingua e il 17 febbraio 1600 viene bruciato a Campo de’ Fiori.

Regia di Giuliano Montaldo.

Un film con Gian Maria Volonté, Charlotte Rampling, Hans Christian Blech, Mathieu Carrière, Alberto Plebani.

Genere Biografico – Italia, 1973

Durata 123 min.

STREAMING:

https://tinyurl.com/ybbw9lfw

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(Il file si trova sul server Rai.)

928 x 522 (1534 MB)  https://tinyurl.com/yddu4twa

Consigli per la visione

BABEL

 

La violenza che ferisce il corpo e l’anima, la rabbia e la vendetta sono di nuovo al centro dell’opera del messicano Alejandro Gonzales Inarritu (Amores Perros, 21 grammi).

L’arrivo di un fucile in una famiglia di pastori dell’altopiano marocchino è la scintilla che innesca una serie di drammatici eventi in una torre di Babele che riunisce Stati Uniti, Messico, Giappone e Marocco. Durante il pascolo, i due fratellini giocano a provare la gittata dell’arma sparando in direzione di un pullman di turisti americani.
Un proiettile colpisce una donna (Cate Blanchett) in viaggio con il marito (Brad Pitt). Contemporaneamente, ma non in ordine cronologico, negli States due bambini si addormentano accuditi dalla governante messicana. E in Giappone una ragazza sordomuta perde una partita di pallavolo per un “out” non visto dall’arbitro. Da qui un intreccio di storie su più livelli: geografico, temporale e linguistico (quattro lingue nazionali più quella dei gesti, per i non-udenti). Il ritratto di un’umanità ignorante, che non riesce a comunicare e, soprattutto, che non riesce ad agire. Un film corposo, lungo, avvolgente, pieno. Che emoziona e coinvolge lo spettatore, seppure con qualche concessione di troppo alla retorica nel finale. Uno stile barocco e personale, quello di Inarritu che talvolta può apparire artificioso, ma che non lascia mai indifferenti

Regia di Alejandro G. Iñárritu.

Cast: Brad Pitt, Cate Blanchett, Gael García Bernal, Kôji Yakusho, Adriana Barraza.

Genere Drammatico – USA, Francia, Messico, 2006.

Durata 144 minuti.

STREAMING:

https://tinyurl.com/ycemgd46

 

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(I file si trovano sul server Rai.)

512 x 288 (741 MB)  https://tinyurl.com/ycsyujr2

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1280 x 720  (2485 MB)  https://tinyurl.com/y7uftolp

 

Consigli per la visione

PICASSO

Una vita

Grazie alle testimonianze dei membri della famiglia Picasso – i figli Maya, Claude e Paloma, l’ex amante Franoise Gilot, i nipoti Bernard e Olivier, la figliastra Catherine Hutin – viene restituito un ritratto intimo dell’uomo e del genio che fu Pablo Picasso.

I filmati sono sul server Rai.

 

Streaming

I parte  https://tinyurl.com/y9jdfqcp

II parte https://tinyurl.com/ydcblu5r

 

Link diretti ai file per il download

I parte (SD) https://tinyurl.com/yak7p8xh

I parte (HD) https://tinyurl.com/ybag7tjr

II parte (SD) https://tinyurl.com/y79fu5xl

II parte (HD) https://tinyurl.com/ybr6opqw

 

Consigli per la lettura

Giornale di Brescia

11 gen 2018

L’INTERVISTA

«Filosofia emarginata? È come se si volesse emarginare l’aria…»

 

Emanuele Severino. Il filosofo ritratto nella sua abitazione a Brescia // PH. REPORTER UMBERTO FAVRETTO

La città che onora i propri filosofi e ne custodisce il pensiero rivela, secondo Emanuele Severino, una qualità rara: «Che in qualche luogo, in questo caso a Brescia, ci sia interesse per il discorso filosofico è un fatto che fa ben sperare, anche per Brescia. È noto che la filosofia nel mondo attuale è emarginata: ma è come se si volesse emarginare l’aria».

Il filosofo bresciano guarda, dunque, con pacata soddisfazione alle iniziative che la sua città natale ha messo in cantiere. L’Ases, l’Associazione di studi «Emanuele Severino» costituitasi a Brescia nel 2017 («Ne fanno parte persone di altissimo valore», commenta), sta lavorando al primo, importante appuntamento: il convegno internazionale che nei giorni 2 e 3 marzo prossimi sarà dedicato al sessantesimo anniversario della pubblicazione del primo libro di Severino, «La struttura originaria», edito proprio nella nostra città, da La Scuola, nel 1958. In febbraio, Severino compirà 89 anni.

Nello spazio raccolto del suo studio, accudito da pareti di libri, parla di quel fondamentale tassello del suo percorso filosofico.

Prof. Severino, lei ha scritto «La struttura originaria» in giovane età. Come le è accaduto di essere attraversato da questo pensiero? Ne parla come di un «dono del linguaggio che testimonia il destino»…

Ci lavorai tra i 23 e i 28 anni. Non si trattava certo di «cercare» i pensieri: anche perché mettersi alla ricerca della verità vuol dire esserne fuori, essere nella non verità. Oggi è di moda pensare che il compito della filosofia sia portare alla luce i problemi. Bisogna invece rovesciare il processo: è perché si è nella verità che si possono avanzare dei problemi. Per me è stato così, ed è stato proprio un dono: come credo accada a tutti quelli che pensano, ero in attesa della risposta. E questa struttura concettuale si è fatta innanzi. Il problema, poi, è stato quello del linguaggio con cui esprimerla, che è sempre un tentativo: nel linguaggio non c’è il contenuto del linguaggio. Io posso parlare di questa stanza nel modo più preciso, ma l’ascolto delle mie parole non potrà mai vederla.

Il suo libro utilizzava il lessico filosofico dell’Occidente, piegandolo tuttavia a un senso nuovo…

Nel libro c’è un linguaggio ancora debitore delle proprie forme alla tradizione filosofica, o anche al neopositivismo che per me era una delle forme più rigorose del pensiero filosofico. Pur usando questo linguaggio, il libro allude a contenuti che stanno al di fuori della dimensione storica dell’Occidente.

Conteneva già il nucleo della sua filosofia, «la necessità che ogni essente sia eterno»? Questa prospettiva compare ancor prima in un articolo, a suo tempo elogiato da padre Agostino Gemelli, intitolato «Aristotele e la metafisica classica». Con mia profonda soddisfazione, chi ha riconosciuto la necessità di affermare che l’essente in quanto essente è eterno è stato Gustavo Bontadini, il mio maestro all’università e uno dei pensatori di primo livello del secolo scorso. È rimasto cattolico fino in fondo, quindi ha dovuto fare in modo che l’affermazione dell’eternità dell’essente fosse conciliabile con il creazionismo cristiano. Questo discorso in qualche modo era ancora presente nella «Struttura originaria»: non per far andar d’accordo le due cose, ma per un’esigenza filosofica.

Il libro diede avvio anche alla sua grande amicizia con il sindaco di Brescia, Bruno Boni…

Boni conosceva mio padre e gli chiese di avere qualche mio scritto. Capiva bene «La struttura originaria», che non è un libro facile; così come capiva bene Hegel.

Cosa può dire oggi la filosofia alla politica? Lei scrive che «tecnica e filosofia sono le due dimensioni da cui la “grande politica” è costituita»…

Per «grande politica» non intendo la politica come oggi è intesa. Chiamo in questo modo la tecnoscienza che riesce a rovesciare il rapporto che ha con le forze che attualmente si servono di essa. Si va verso un tempo in cui non saranno più il capitale o la politica a servirsi della tecnica, ma la tecnica a servirsi di essi e delle altre forze che oggi si illudono di poterla signoreggiare.

In questo orizzonte, qual è il destino del suo pensiero?

Nel libro «Storia, Gioia», ma anche in «La morte e la terra», editi da Adelphi, si dimostra la necessità dell’avvento della «grande politica», ma non come terminale della storia del pianeta. La dimostrazione conduce all’affermazione che i popoli saranno destinati a parlare il linguaggio che testimonia il destino. Quei libri indicano la fondazione di questa affermazione, che la verità abbia a dominare a un certo momento sulla terra.

Significa che il «paradiso della tecnica» non sarà l’esito finale?

Il paradiso della tecnica ha alla base la logica scientifica. Tale logica è ipotetica, quindi la felicità stessa è ipotetica. La felicità del paradiso della tecnica è destinata ad essere un inferno. Di qui il primo passo per la mossa corale in direzione dell’oltrepassamento del senso che la verità ha avuto lungo la storia del pianeta fino ad allora. Che l’esistenza dell’uomo si prolunghi all’infinito oltre questa vita, questo è uno dei centri del mio discorso. L’ultima frase della «Struttura originaria» presagiva, ancora in forma problematica, che tale verità è destinata a dominare già qui, su questa terra. E dopo… ci attendono gioie che non immaginiamo: come dice Eraclito, «cose che gli uomini non sperano e non sospettano».

Consigli per la visione

2 puntate di Rai 3 sul

SANTO GRAAL

STREAMING

da Passato e presente

https://tinyurl.com/yd6gt4ob

da Il tempo e la storia

https://tinyurl.com/ycbqku4x

 

LINK PER IL DOWNLOAD DAI SERVER RAI

Passato e presente, formato ridotto

https://tinyurl.com/y725nsu8

Passato e presente, HD

https://tinyurl.com/yc2hycj8

Il tempo e la storia

https://tinyurl.com/y9orgesh

Piatto, pietra o calice? Qualunque cosa fosse è un oggetto leggendario, dai poteri straordinari, capace di donare persino l’immortalità. Del Santo Graal, tra mito e mistero, ne parla il professor Franco Cardini che analizza due momenti molto distanti tra loro, ma decisivi per la nascita del mito del Graal: il 1185, quando Chrétien de Troyes compone il Perceval o Il Conte du Graal, il primo poema dedicato all’argomento, e il 1882, quando il Parsifal di Wagner riporta alla ribalta la leggenda, togliendola a anni di oblio.

È un viaggio alla scoperta di personaggi mitici, come il Re pescatore, di miti lontani di cui, ad un certo punto, si impadronisce anche il Cristianesimo che fa diventare il Graal il calice dell’Ultima Cena, recuperato da Giuseppe d’Arimatea, fino a farlo simbolo del sangue stesso di Cristo. Non sono, però, le uniche interpretazioni in un Medioevo che al Graal si appassiona molto, tra poemi e romanzi cavallereschi.

Ma, con il Rinascimento, il mito del Graal si appanna. Lo rianima Wagner e il Ventesimo secolo vede nascere una vera e propria “febbre”: soprattutto Hitler e il Nazismo danno il via a grande caccia al tesoro, alla ricerca di questo oggetto che resta ancora oggi – nonostante studi e ricerche – un mistero.

Consigli per la visione

TRANSCENDENCE

(2014)

Prima di morire ucciso, uno scienziato trasferisce la sua memoria in un supercomputer: lui morirà e la macchina acquisterà la sua personalità. La potenza di calcolo permette al computer di far compiere alla tecnologia balzi impensabili, e consente agli uomini di risolvere grandi problemi. Ma ha bisogno di sempre più potenza e quindi sempre più controllo su tutto. Qualcuno inizia a preoccuparsi.

Streaming sul server Rai

Link diretto al file per il download dal server Rai

Un film di Wally Pfister.

Con Johnny Depp, Paul Bettany, Rebecca Hall, Kate Mara, Cillian Murphy.

Fantascienza, durata 119 min. – USA 2014

 

Consigli per la lettura

I grandi filosofi

Vol. 14

HUME

Vita, pensiero, opere scelte

  • Vita: testi di Paola Pettinotti.
  • Pensiero: Antonio Santucci, Introduzione a Hume, Laterza, Roma-Bari, 1971.
  • Opere: David Hume, Estratto del Trattato sulla natura umana, Laterza, Roma-Bari, 1968.

Consigli per la lettura

I grandi filosofi

Vol. 17

KANT

Vita, pensiero, opere scelte

Vita: testi di Alessandro Ravera.

Pensiero: Augusto Guerra, Introduzione a Kant, Laterza, Roma-Bari, 1998.

Opere: Immanuel Kant, Scritti di storia, politica e diritto, Laterza, Roma-Bari, 1995.

  • Delle diverse razze degli uomini
  • Idee per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico
  • Risposta alla domanda: Che cos’è l’illuminismo?
  • Sulla illegittimità della riproduzione dei libri
  • Determinazione del concetto di razza umana
  • Inizio congetturale della storia degli uomini
  • Sul detto comune: questo può essere valido in teoria, ma non vale per la prassi
  • Per la pace perpetua. Un progetto filosofico
  • Su un preteso diritto di mentire per amore degli uomini
  • Il conflitto delle facoltà, sez. II: il conflitto della facoltà filosofica con la giuridica
  • Riproposizione della domanda: Se il genere umano sia in costante progresso verso il meglio

Consigli per la visione

LE INNOCENTI – AGNUS DEI

 

Avvertenza: tenete sempre attivati i sottotitoli: li ho preparati per i soli dialoghi in polacco stretto.

Tratto da una storia vera.

Nella Polonia dell’ultima guerra, un convento di suore è assalito da soldati sovietici e molte suore violentate rimangono incinte. (Nella realtà le violenze si verificano anche durante l’occupazione dei soldati tedeschi.) Una suora convince la badessa riluttante a chiedere per le partorienti l’assistenza di un medico e riesce a trovare una dottoressa francese della Croce Rossa, coadiuvata in seguito da un medico ebreo. I contrasti tra le necessità di un’assistenza sanitaria e la difesa della purezza e del pudore di donne consacrate già seriamente violate, si fanno molto intensi. A ciò si aggiunge l’impreparazione di chi ha votato la propria vita alla castità (in molti casi si tratta di donne che erano vergini) difronte a esperienze come quelle della gravidanza e del parto.

Un film che non si risparmia la crudezza (si vede di tutto: dalla straniante immagine di suore ambulanti col pancione, ad un neonato che fuoriesce da un taglio cesareo, ad un parto seduto improvviso senza assistenza); ma che soprattutto è un’analisi di aspetti critici della femminilità, come è tipico dei film della regista.

Un tema, quello del film, che richiama i casi di stupri passati sotto silenzio, come quelli nei conventi, durante la guerra in Bosnia, o che avvengono all’interno della Chiesa non meno dei casi di pedofilia.

Un film di Anne Fontaine.

Con Lou de Laâge, Agata Buzek, Agata Kulesza, Vincent Macaigne, Joanna Kulig.

Titolo originale Les innocentes.

Drammatico – Francia, Polonia 2016

Durata 115 min.